MARIO LUZI – via da Avignone – Alberto Rossatti

 

Ritorno?

o ripiegamento,

un attimo

in più sicuri alberghi

dell’animo e del senso,

effimero rientro

in terre più salubri al corpo e alla ragione

tramutate già in splendore

e oro dalla gloria?

Saprebbero

assai meglio di lui

rispondere

le fronti un po’ aggrottate,

gli sguardi tesi

in lontananza Giovanna

e dei pochi altri seguaci.

Lui esita non sa

l’avventura che lo chiama,

non decifra l’auspicio

sa soltanto

che è tempo, ora, di muoversi, 

di valicare i monti.

Ma intanto quello sgocciolio di tende,

stillicidio, a lungo,

nel controluce argento

degli alberi di pietra

e di quelli del bosco,

profusione

di tutta la materia

in unico deflusso

verso dove? L’erba là

all’orizzonte, aperta primavera.

Ma, ecco,

è in piedi la carovana,

attende

agli ultimi ritocchi

pronta – quasi –

al cammino che riprende…

Lui rivede

- e gli altri in sintonia?

ne dubita e lo pensa –

i tre giorni di diluvio

stillanti ancora

dai tetti, ruscellanti

nei fossati presso il ricovero

dove furono perché inquieti?

perché taciturni?-

Così riprende il passo,

il varco è prossimo

lo sanno, tuttavia pare

lungo l’approssimarsi,

lento l’ambio.

Scoscende l’alpe,

non più alpe appennino,

casolari

qua e là, camini,

umido

qualche fumacchio trascolora.

Smotta sotto gli zoccoli

l’appena rassodato suolo,

slitta il mulo sopra fango

ghiaia ciottoli,

appare, sotto,

abbagliata dalla sua baia, Genova.

O Italia ininterrotto agone,

ininterrotta pena.

 

 

 

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